Nostri figli

Nicola potrebbe essere uno dei nostri ragazzi. Si, lo abbiamo visto crescere fin da bambino quando si presentava con la sua mamma davanti al cancello delle Guarino. Lo ricordiamo felice battere la palla sul tee e giunta l’estate, correre sul prato del primo campetto dove ora sorge il palazzetto universitario.

Con lui gli amici che hanno condiviso i giochi, le grida, le risa. Amici che potrebbero essere Marco, Fabio, Stefano, Giovanni e molti altri. Con loro ha partecipato al torneo del Chianti e poi a San Giacomo di Nettuno, partiti con il treno assieme a Mario.

Qualche anno dopo potrebbero essere arrivati anche Raffaele, Guglielmo, Andrea, Federico e Niccolò. Loro più fortunati hanno potuto giocare al Dynos Park che nel frattempo era stato costruito. Le feste alla tettoia, i giochi al Camp, le finali scudetto. Che squadra!

Con loro Davide, Pippo, Fede, Albi, Max e molti altri ancora. Le strade che si incontrano tra il campo grande e quello piccolo: batti un cinque!

Quanta fretta di arrivare dove gioca Nicola, in prima squadra.

Qualche volta però le strade si incontrano e non si batte un cinque.

Al posto del cinque c’è la noia all’esistenza.

Cercare qualche cosa che dentro non c’è, che non trovi. “Andiamo in città, andiamo a far casino”.

“No quelli non sono i nostri ragazzi. I nostri sono bravi e non farebbero mai una cosa del genere” Chi lo sta dicendo? Sono i loro educatori; sono gli amici, i parenti, il prete, siamo noi, padri e madri di famiglie bene, sicuri dell’educazione dei nostri figli.

Chi di noi oserebbe giudicare i genitori di Raffaele, Guglielmo, Andrea, Federico e Niccolò che in un mercoledì maledetto hanno massacrato di botte Nicola di pochi anni più “vecchio” perché si è rifiutato di dare una sigaretta.?

Nessuno può giudicare perché fino ad attimo prima gli stessi genitori erano fieri di quei figli a cui probabilmente avevano impartito i sani principi, i consigli di tutti i giorni.

Li avevano portati in vacanza, avevano giocato con loro……li avevano portati alle Guarino perché avrebbero giocato a quello sport misterioso, il baseball.

Sarebbero poi andati a giocare al campetto, avrebbero fatto le feste alla tettoia, magari avrebbero bevuto qualche birra e fumato una sigaretta, però erano bravi ragazzi.

Ora non lo sono più. Mostri sbattuti in prima pagina.

Chissà che cosa penserà svegliandosi al mattino il padre di uno di loro, ammesso che il sonno riesca qualche volta ad avere il sopravvento.

Sei famiglie sprofondate in un dramma che durerà una vita, forse anche di più. “Vorrei essere il padre del ragazzo morto” ecco la dichiarazione spietata di uno di quei padri. E cosa si desidera più della vita di un figlio?

Vegliamo sui nostri figli; cerchiamo di essere presenti sempre anche se a volte ci vogliono far credere di essere già grandi, già in grado di pensare a loro stessi. Quel ragazzo morto e i cinque  ragazzi che lo hanno massacrato potrebbero essere nostri figli. Impieghiamo un po’ di tempo a parlare con loro di questi ragazzi.

paolo